| LA "SICUREZZA" PER IL RILANCIO DELL'ECONOMIA |
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| Comunicati stampa |
| Scritto da Uria admin |
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Nota del Presidente Sono bastati meno di trenta secondi, per devastare l’Abruzzo quel 6 aprile di quattro anni fa. Meno di trenta secondi di terremoto che ha fatto balzare i sismografi fino a segnare una magnitudo 5,9 nella scala Richter. Meno di trenta secondi per spezzare 308 vite, ferire 1500 persone. E fare danni per 10 miliardi di euro, per cancellare il patrimonio storico ed artistico delle città, spazzare via il tessuto economico e sociale. E far perdere l’identità di una città come L’Aquila. In occasione dell’anniversario di questa tragedia, il presidente del Senato Pietro Grasso ha affermato che “la ricostruzione dell’Aquila è una questione nazionale” e che “sia il Sindaco Cialente che il ministro Barca lo hanno rassicurato con una prospettiva di ricostruzione tra i 5 e gli 8 anni”.
Visti i precedenti sarebbe una conquista. Se, però, questo fosse vero – e appare utopico per un Paese in grave recessione, senza un piano economico a garanzia di risanamento e sviluppo - vorrebbe dire che per la ricostruzione della città ci saranno voluti oltre 15 anni. Un lasso di tempo tale per il quale la popolazione verrebbe insanabilmente sradicata dalla propria città, vedendo preclusa la possibilità di un rientro, di ricostruire una identità. Non è un’ipotesi peregrina, o fuori dalla storia: il comune di Apice Vecchia, nel beneventano, inserito dal FAI durante la "Giornata di Primavera" come visita, venne abbandonato nel 1962 proprio a causa di un terremoto. La popolazione è stata trasferita, relegando Apice nel ruolo di “borgo fantasma”. Da allora, si propose il recupero funzionale di questa città, nuovamente vittima della terra italiana, che continua a tremare. È il 23 novembre del 1980 quando il devastante terremoto dell’Irpinia lacera un altro pezzo di stivale, e nemmeno questa volta, nemmeno con quel “pozzo senza fondo” di aiuti per la ricostruzione è stato possibile ridare identità al borgo. Trentatre anni e numerosi disastri naturali dopo, l’Italia non ha più soldi da impiegare, nessun fondo del barile da raschiare, nessuna nuova tassa da imporre per tentare di aiutare il Paese. La domanda è inesorabile: come potrà intervenire lo Stato per aiutare i propri cittadini al prossimo disastro? L’aver trovato a stento 40 miliardi in due anni per iniziare a pagare i debiti contratti dalla Pa con le imprese – facezie, visto che i conti della Cgia di Mestre attestano debiti per 130 miliardi di euro – tutto è fuorchè una leva di rilancio dell’economia nazionale: non generano sviluppo, tappano un buco. Eppure, si continua con la politica conservativa, ignorando il fatto che è cruciale per l’economia del nostro Paese smettere di giocare in difesa, e pianificare un rilancio. Rilancio che può certamente essere rappresentato dalla messa in sicurezza del nostro patrimonio immobiliare. La nostra proposta di istituire una assicurazione obbligatoria contro gli eventi calamitosi e terremoti di tutto il comparto, sia pubblico che privato, e la costituzione di un Fondo di Garanzia a sostegno delle operazioni di adeguamento strutturale del settore, sono una ipotesi di lavoro concreta, fondata, che sarà in grado di generare indotto, e garantire un’inversione di tendenza globale per il nostro Paese, sia a livello lavorativo che di messa in sicurezza del territorio. Non voglio addentrarmi nell’illustrazione della proposta, voglio solo sottolineare come un programma ventennale di messa in sicurezza, in ottemperanza alle norme antisismiche vigenti, di tutto il patrimonio immobiliare rappresenta un concreto mezzo per riavviare il settore delle costruzioni e sicuro modello di sviluppo ecosostenibile. Soprattutto, diventa imperativo a fronte delle specifiche di fragilità e rischio del nostro territorio. In questo modo, lo Stato verrebbe sollevato dagli ingenti costi di ricostruzione che non ha più modo di sostenere; il cittadino verrebbe garantito con il risarcimento dei danni ed, in questo momento di grave crisi, avremmo una concreta occasione di rilancio economico del settore dell’edilizia. Gli introiti per lo Stato e gli Enti locali verranno garantiti dalle nuove attività imprenditoriali e dal rilancio di un settore in grado di creare nuovi posti di lavoro, garantendo indotto e sostegno al welfare. Non è utopia, è storia: l’Italia ha già trovato questa forza, questa spinta imprenditoriale negli anni ’60, che hanno garantito al Paese sviluppo e benessere. Oggi rappresenterebbero il mezzo non solo per superare il pantano della recessione in cui stiamo morendo, ma anche per ridare coesione e direzione a una Nazione altrimenti socialmente alla deriva. |



